Il chinotto

Il chinotto è un agrume del genere citrus myrtifolia (ossia con foglie simili a quelle del mirto) con frutti piccoli, tondi e dal succo molto amaro e acido.

Incerta l’origine, anche se il nome chinotto sembra derivare da China, termine col quale era indicata la Cina ancora nel XIX secolo. Altri dicono che sia originario dall’India dato che era chiamato “arancio di Goa”. Importato in Europa tra il XV e XVI secolo da liguri o toscani, col tempo, spinse alcuni ricercatori a sostenere la tesi che in realtà si tratta di una pianta originaria dal levante mediterraneo dove si sarebbe sviluppata per una mutazione gemmaria dell’arancio amaro e per questo, chinotto significa soltanto che è un frutto “di tipo chinese”. Anche ammettendo l’origine cinese, attualmente non risulta che questo agrume sia coltivato in Cina o in altri paesi asiatici ma è presente sulle coste italiane e provenzali.

Usata per secoli come pianta ornamentale data la non commestibilità dei suoi frutti ma per la bellezza e il profumo intenso dei suoi fiori, bisogna attendere la fine del XIX secolo perché, col progresso delle tecnologie alimentari anche i frutti possano essere utilizzati.
Era notorio che di questi agrumi, i migliori crescono sulla riviera savonese tra Varazze e Finale Ligure (da dove raccolti, venivano esportati soprattutto a Marsiglia, soprannominati dai francesi les petits chinois, ovvero i cinesini) e fu a Savona che tra il 1877 e il 1880, Vincenzo Besio, “droghiere e confettiere con spaccio in Savona dal 1860” come recitava la sua pubblicità, conobbe i tecnici francesi della Silvestre-Allemand, un’importante azienda di canditi trasferitasi a Savona nel 1877 per motivi economici ma anche perché il clima ligure favorisce la maturazione precoce di questi frutti dalla buccia spessa e resistente prestandasi in modo ottimale alle operazioni di canditura.

La commercializzazione fu rapida, indirizzata soprattutto verso i settori marmellate, canditi e sciroppi ma negli anni ’20 del XX secolo quasi tutto entrò in crisi quando una serie di stagioni avverse portò a gelate straordinarie che distrussero i raccolti. Ironia della sorte, fu in quel tempo, nel 1932, che nacque il chinotto come bevanda. Il regime allora vigente voleva, per prestigio nazionale ma anche per economia, una bibita veramente “italiana” che sostituisse o almeno facesse concorrenza alla Coca-Cola. Nel 1886, John Stith Pemberton, un farmacista di Atlanta (Georgia), aveva inventato una bevanda contro il mal di testa e la stanchezza migliorando quello che in Europa esisteva già fin dal 1863, ossia il Vin tonique Mariani, una bevanda inventata dal chimico corso Angelo Mariani mettendo a macerare foglie di coca nel vino Bordeaux. Era noto che un bicchiere di vino Mariani conteneva dai 25 ai 50 mg di cocaina. Questa, ingerita per bocca, ha un’azione modesta perché subito idrolizzata in composti non psicoattivi. La Coca-Cola era analcoolica perché fin dal 1886 lo Stato della Georgia aveva imposto il proibizionismo, mentre la cocaina era stata eliminata tra il 1905 e il 1929 perché i suoi danni erano innegabili.

Quindi il chinotto nasce nel 1932, inventata, sostiene la maggioranza degli storici, dalla San Pellegrino (BG) come bibita analcoolica a base di acqua, addizionata all’estratto del frutto di chinotto e sostanze dolci. Il suo colore scuro lo fa assomigliare alla coca-cola ma con un gusto più amaro e un retrogusto fresco e delicato. Il successo commerciale è talmente grande che nel dopoguerra altre aziende si arrogheranno i vanti della paternità o del miglioramento gustativo e dato che i metodi di preparazione erano tutt’altro che chiari dovette intervenire lo Stato con il DPR 19.5.1958, n. 729, art. 5: «Le bibite analcoliche vendute con il nome di un frutto non a succo, compreso il cedro ed il chinotto … devono essere preparate con sostanze provenienti dal frutto o dalla pianta di cui alla denominazione di vendita.

Per queste bibite è consentita l’aggiunta di succhi di frutta e di sostanze aromatizzanti naturali diverse dal frutto e dalla pianta di cui alla denominazione…». La parola “aroma”, dovrebbe significare “estratto” dal frutto. Però nelle norme attuali gli aromi si dividono in “aromi naturali” che sono estratti appunto dalla pianta e “aromi” che sono prodotti artificiali o sintetici. Dipende quindi dall’etica commerciale delle aziende perché, se nell’etichetta si legge solo “aromi”, molto probabilmente, il vero chinotto è assente o la sua presenza è molto scarsa.

A differenza del vino Mariani e della coca-cola originaria, il chinotto non contiene cocaina, ma un’altra droga, la caffeina, e ne contiene in quantità superiori ad altre simili bevande eccitanti. Una lattina di Chinotto da 33cl contiene 30,36 mg di caffeina contro i 25,41 di una lattina equivalente di coca-cola, i 31,5 di una tazza di the, venendo superata solo dagli 87,85 di una tazza di caffè espresso e dai 38,7 di una tazza di caffè moka. Quindi il chinotto, senza abusarne, aumenta la resistenza al sonno meglio della coca-cola.

Circa la componente calorica, riferendoci alle lattine da 33 cl, nelle prime quattro posizioni troviamo: aranciata con 80 kcal/100g, succo di pompelmo con 70 kcal/100g, pepsi-cola con 65 kcal/100g, coca-cola con 60 kcal/100g, mentre il chinotto con le sue 63 kcal/100g si pone a metà strada dietro la pepsi e davanti la coca-cola. Certo, dovendo seguire una dieta dimagrante è meglio evitare bevande gassate o colorate ma sporadicamente o in occasioni speciali, forse è meglio dare la preferenza proprio al chinotto.